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La proposta di Minniti di istituire entro poche settimane un CIE in ogni Regione ci lascia eufemisticamente perplessi. I CIE rappresentano un modello fallimentare sotto ogni aspetto e l’unica cosa che si può auspicare è che rappresentino l’extrema ratio, piuttosto che chiedere la loro nascita disseminata sul territorio italiano. Se dire che i CIE devono chiudere perché sono centri in cui i diritti fondamentali vengono violati equivale a buonismo, ecco allora delle ragioni di ordine più “pratico”.

Chi non ha diritto a rimanere sul territorio italiano e dunque si ritrova in posizione irregolare deve tornare nel proprio Paese di origine: non è né populisimo né destrorsismo, ma è quanto previsto dalla direttiva europea sui rimpatri 2008/15/CE. Ma il sistema dei rimpatri non funziona, così come tutto il sistema comune europeo di asilo. Nel 2015 su 34.107 provvedimenti di espulsione emessi, meno del 30% hanno trovato seguito e ciò principalmente a causa della mancanza di accordi bilaterali con i Paesi terzi.

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Il risultato? I migranti irregolari restano sul territorio italiano e se, a seguito di controlli da parte della polizia, sono ritrovati privi di un regolare permesso di soggiorno possono essere trattenuti in un CIE, un luogo di detenzione in cui entro massimo 12 mesi devono essere identificati per poi essere espulsi. Ma tante, tantissime volte questo periodo trascorre inutilmente perché pur riuscendo ad effettuare l’identificazione, il consolato del Paese di origine non dà il lasciapassare per far rientrare il migrante. L’epilogo è avvilente: si torna al punto di partenza, i migranti irregolari restano sul territorio italiano con possibilità di rientrare nuovamente in un CIE e ripercorrere tutto l’iter.

La soluzione ai migranti irregolari, dunque, non possono essere i CIE, e la proposta di incrementarne la presenza sul territorio nazionale è tanto inutile quanto propagandistica. Piuttosto, bisogna agire su due fronti: promuovere l’informazione e supportare adeguatamente i programmi di rimpatrio volontario esistenti e concludere accordi bilaterali con i Paesi terzi a livello europeo, in modo che vengano decise le modalità di rimpatrio nel pieno rispetto dei diritti fondamentali. Una possibile alternativa alla detenzione nei CIE suggerita dalla Commissione europea nella Comunicazione del 9.9.2015 è la sorveglianza elettronica dei migranti irregolari: soluzione discutibile, che presenta rischi di violazione della tutela dei diritti fondamentali (pensiamo ad esempio al diritto alla privacy) e che porta purtroppo a ragionare nell’ottica del male minore. La proposta della Commissione nasce infatti dal principio secondo cui il trattenimento nei CIE deve essere l’estrema ratio e va nell’ottica di garantire al tempo stesso la pubblica sicurezza, assicurando la tracciabilità degli irregolari in qualsiasi momento.
Di questa ultima proposta si è discusso ancora poco, sia a livello europeo che a livello nazionale e sarebbe interessante conoscere la posizione al riguardo di cittadini e ong.