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COMMISSIONE LIBE: ho terminato il tour in Europa per conoscere come sono implementate le varie procedure di asilo nei diversi stati membri e per raccogliere valutazioni e suggerimenti che mi aiuteranno a migliorare il rapporto sul regolamento europeo di cui sono stata nominata relatrice e che riguarda questa materia. Ho incontrato fino ad oggi autorità governative e ONG del Belgio, Olanda, Germania, Svezia e Francia. La riforma del sistema europeo comune di asilo, ed in particolare del regolamento di Dublino, è una truffa per l’Italia. Il regolamento di Dublino va stracciato, non rafforzato. Ha prodotto solo disastri: nel 2016 in Italia c’è stato il record di sbarchi nella sua storia: 181.436. Ad oggi solo 4.000 richiedenti asilo sono stati trasferiti in altri Paesi. L’accordo era di 39.600. Ho presentato una serie di emendamenti diretti soprattutto a eliminare il criterio secondo il quale è responsabile per l’esame delle domande di asilo lo Stato membro di primo ingresso illegale del richiedente sul territorio dell’UE (criterio che più di altri ha portato al collasso dell’attuale sistema) e sua sostituzione con il riferimento al paese in cui il richiedente è presente. Se il richiedente non ha legami familiari nel territorio dell’UE, chiediamo che scatti un meccanismo per assicurare una equa redistribuzione dei richiedenti asilo in tutti gli Stati membri che sia automatico, direttamente applicabile (non sono in situazioni di emergenza o di collasso dei sistemi nazionali di asilo) e obbligatorio per tutti gli Stati membri; abbiamo aggiunto il tasso di disoccupazione – oltre alla popolazione totale e al PIL – tra i criteri per calcolare le quote di richiedenti asilo che ciascuno Stato membro deve ricevere in base al suddetto meccanismo. Proponiamo l’interruzione dei pagamenti dei fondi strutturali e di coesione come sanzione per gli Stati membri che si rifiutano di prendere parte nel meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo. E’ stata illustrata in Libe la relazione sull’ operatività della guardia di frontiera e costiera europea (Frontex), impegnata in tre diverse operazioni in Grecia per quanto concerne il controllo delle frontiere e l’attuazione del sistema basato sui punti di crisi nelle isole dell’Egeo e della dichiarazione UE-Turchia. Nel quadro dell’operazione congiunta Triton, che interessa l’Italia e il Mediterraneo centrale, l’Agenzia fornisce 272 agenti, compresi i membri dell’equipaggio dei mezzi dispiegati ed esperti che assistono nell’attuazione del sistema basato sui punti di crisi (Hot Spot). Il dispiegamento dispone dell’appoggio di 3 aerei, 2 elicotteri, 2 pattugliatori offshore e 3 pattugliatori costieri. Il ritmo delle operazioni di rimpatrio organizzate dall’Agenzia continua a intensificarsi. Tra il 12 gennaio e il 27 febbraio 2017 l’Agenzia ha organizzato 44 voli di rimpatrio per cittadini di paesi terzi, per un totale di 2 116 persone rimpatriate nel 2017.

I sistema di rimpatrio continua a rimanere problematico a livello europeo. Nel 2015 il numero di migranti irregolari cui era stato ingiunto di lasciare l’Unione europea ammontava a 533 395, rispetto a 470 080 nel 2014. Con circa 2,6 milioni di domande di asilo nel solo periodo 2015/2016, e considerando che il tasso di riconoscimento in prima istanza è stato pari al 57% nei primi tre trimestri del 2016, gli Stati membri potrebbero dover rimpatriare più di 1 milione di persone non appena le richieste di asilo saranno state trattate. Al tempo stesso, i tassi di rimpatrio a livello dell’Unione europea non sono migliorati. Mentre il tasso complessivo di rimpatrio tra il 2014 e il 2015 è passato da 41,8% a 42,5%, il tasso dei rimpatri effettivi verso i paesi terzi è sceso dal 36,6% al 36,4%. Inoltre, escludendo i rimpatri verso i paesi dei Balcani occidentali, il tasso di rimpatrio dell’Unione europea scende ulteriormente raggiungendo il 27%. La direttiva sui rimpatri stabilisce chiaramente che a livello di UE il rimpatrio volontario è preferibile a quello forzato, se non compromette la finalità della procedura di rimpatrio. I pacchetti di rimpatrio volontario assistito e di reinserimento di norma prevedono degli incentivi per incoraggiare il rimpatrio. Migliorare ulteriormente la diffusione delle informazioni sul rimpatrio volontario ai migranti irregolari è indispensabile al fine di garantire che questi ultimi abbiano accesso a informazioni accurate, anche quando è più probabile che facciano affidamento soprattutto sulle fonti di informazioni informali in seno alle loro comunità, ma anche quando si rifiutano di ottemperare a una misura di rimpatrio e/o non si fidano delle autorità preposte all’immigrazione.

In discussione anche le norme sulla “carta blu” concessa per l’ingresso in Europa a cittadini terzi altamente qualificati e specializzati.  Si cerca di semplificare e razionalizzare i criteri per l’ottenimento della Carta blu e i motivi di revoca e rifiuto, in particolare raggruppando i diversi elementi del testo relativi ai possibili motivi di rifiuto o revoca (disoccupazione, preoccupazioni in materia di sicurezza).

Tante le misure al vaglio della Commissione LIBE sul tema sicurezza e dirette a rafforzare le nostre difese contro le minacce del terrorismo, criminalità organizzata, criminalità informatica e relativi mezzi di sostegno. Vi sono proposte volte a istituire un sistema di ingressi/uscite dell’UE per migliorare la gestione delle frontiere, combattere l’immigrazione irregolare e rafforzare la sicurezza interna registrando gli spostamenti dei cittadini dei paesi terzi attraverso le frontiere esterne dello spazio Schengen, nonché un sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi (ETIAS) per effettuare controlli preventivi sui viaggiatori esenti dall’obbligo di visto al fine di rilevare rischi relativi alla migrazione e alla sicurezza. Nel settore dello scambio di informazioni tra gli Stati membri, le decisioni di Prüm del 2008 hanno introdotto procedure rapide e efficienti stabilendo norme e fornendo un quadro per consentire agli Stati membri di effettuare ricerche nei rispettivi schedari di analisi del DNA, nei sistemi di identificazione dattiloscopica e nelle banche dati d’immatricolazione dei veicoli. L’attuazione delle decisioni di Prüm, uno strumento che ha aiutato gli inquirenti francesi dopo gli attentati terroristici di Parigi del novembre 2015, ha conosciuto notevoli progressi negli ultimi mesi, con scambi di dati sempre più intensi. Tuttavia, a distanza di un decennio, alcuni Stati membri devono ancora attuarle. La Commissione ha perciò utilizzato i poteri esecutivi acquisiti in virtù del trattato di Lisbona nel settore della giustizia e degli affari interni per avviare procedimenti di infrazione nei confronti di Croazia, Grecia, Irlanda, Italia e Portogallo per non aver rispettato le decisioni di Prüm.

Questi Stati membri non hanno ancora garantito lo scambio automatizzato di dati in almeno due delle tre categorie di dati (DNA, impronte digitali e immatricolazioni dei veicoli). Tutti e cinque gli Stati membri hanno risposto alle lettere di costituzione in mora. Le risposte sono attualmente in fase di valutazione da parte dei servizi della Commissione.

Nel quadro della lotta contro la criminalità, in particolare quella organizzata, di grande interesse sono le misure dirette al riconoscimento reciproco dei provvedimenti di congelamento e di confisca. Sottrarre il profitto economico dell’attività criminosa e garantire che “il crimine non paghi” è un sistema molto efficace per lottare contro la criminalità. La confisca dei beni derivanti da attività criminose mira a prevenire e combattere la criminalità, inclusa la criminalità organizzata, fornire fondi aggiuntivi da investire in attività di contrasto o in altre iniziative di prevenzione della criminalità, e risarcire le vittime. Il congelamento e la confisca dei beni sono inoltre uno strumento importante per combattere il finanziamento del terrorismo. Entrambe impongono che i provvedimenti di congelamento o di confisca emessi in uno Stato membro siano riconosciuti ed eseguiti in un altro Stato membro. I provvedimenti sono trasmessi con un certificato alle autorità competenti dello Stato di esecuzione, che devono riconoscerli senza ulteriori formalità e prendere le misure necessarie per la loro esecuzione. Diverse attività della Commissione Libe hanno riguardato inoltre la lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, la convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, il diritto alla protezione dei dati personali che si applica anche al trattamento dei dati personali da parte delle istituzioni, degli organi, degli uffici e delle agenzie dell’Unione e sovraffollamento carcerario. Quest’ultimo fenomeno è assai diffuso nelle carceri europee, soprattutto in Grecia, Francia, Belgio, Italia, Slovenia e Romania. Troppo spesso le condizioni di detenzione configurano un trattamento inumano o degradante ai sensi dell’articolo 3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo. I fatti provano che i sistemi totalmente repressivi sono inefficaci per non dire controproducenti.

COMMISSIONE JURI: Il meeting di marzo della commissione JURI si è aperto con una sessione congiunta con la commissione IMCO per discutere degli emendamenti alla proposta di direttiva sui contratti di fornitura di contenuto digitale. L’obiettivo della proposta è quello di armonizzare il diritto dei contratti al fine di aumentare la fiducia dei consumatori quando acquistano servizi in rete e, allo stesso tempo di creare un ambiente favorevole agli imprenditori e facilitare il commercio transfrontaliero attraverso internet.

La commissione JURI hai poi proseguito i suoi lavori esaminando gli emendamenti al parere sui contratti per la vendita di beni online o a distanza.

Vi è stato poi uno scambio di opinioni con il Comitato economico e sociale sul dossier sulla competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, nonché in materia di sottrazione internazionale di minori.

Di particolare interesse è stato poi il dibattito sulla relazione predisposta dalla collega Comidini Cachia sul diritto d’autore nel mercato unico digitale che è stato seguito da un hearing sulla riforma del diritto d’autore, nel corso del quale alcuni esperti hanno parlato soprattutto delle nuove eccezioni obbligatorie previste nella proposta di direttiva.

La commissione giuridica ha anche affrontato le consuete questioni di routine: dai casi di immunità parlamentare, alle controversie che coinvolgono il Parlamento europeo, ai voti nell’ambito delle procedure di rifusione e di codificazione.

Nel corso della riunione di marzo, la JURI ha anche approvato il compromesso raggiunto in sede di trilogo sulla portabilità transfrontaliera dei servizi di contenuti online nel mercato interno.

 

Nel mese di marzo, precisamente mercoledì 8, ho anche organizzato e moderato, insieme al collega del gruppo dei Verdi Benedek Javor, un workshop sull’implementazione della direttiva sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale (direttiva ELD), di cui sono relatrice in commissione giuridica.

All’incontro hanno partecipato, come relatori, diversi esperti del settore provenienti da tutta Europa. Si è discusso delle esperienze degli stati membri nella trasposizione ed implementazione della direttiva, valutando le sfide e proponendo possibili interventi per migliorarne l’efficacia in vista anche di una possibile revisione della direttiva. Il dibattito, al quale ha partecipato tra gli altri il capo unità della DG Ambiente della Commissione europea Robert Konrad, è servito anche a fornire suggerimenti nell’imminenza dell’adozione del piano di azione e del programma di lavoro pluriennale 2017-2020 sulla direttiva ELD.

La direttiva 2004/35/CE, come d’altro canto è emerso sia dagli studi commissionati dalla Commissione europea sia dalla seconda relazione di attuazione della Commissione del 14 aprile 2014, presenta molte criticità, non soltanto dal punto di vista dell’attuazione, ma anche con riferimento alla portata e all’efficacia degli strumenti proposti dalla direttiva per raggiungere gli obiettivi prefissati.

La direttiva sulla responsabilità ambientale ha istituito, per la prima volta, un regime organico in materia, basato sul principio “chi inquina paga”, sancito dall’art. 191.2 TFUE, nonché sui principi di prevenzione e di riparazione del danno.

L’Unione europea, con questa direttiva, puntava ad evitare che i danni causati all’ambiente da un’attività industriale non gravassero sulle spalle dei cittadini che li subiscono.  Ciò significa che gli operatori professionali (sia pubblici sia privati) che svolgono determinate attività pericolose, sono oggettivamente responsabili dei danni significativi causati all’ambiente.

In base ai principi di prevenzione e di riparazione, inoltre, l’operatore responsabile dell’attività “pericolosa” deve adottare tutte le misure preventive o riparatrici dell’eventuale danno e deve sostenerne tutti costi. A tal proposito un danno si considera riparato solo dopo che l’ambiente è tornato allo stato precedente a siffatto danno.

Nel mio intervento di apertura ho detto che, un primo aspetto sul quale occorre riflettere, è che la direttiva non copre tutti i danni all’ambiente, ma solamente quelli alla biodiversità (specie e habitat naturali protetti), all’acqua e al terreno. Dobbiamo oggi chiederci se è possibile ed opportuno estendere la responsabilità anche ai danni causati all’aria che respiriamo, così come ai danni da inquinamento elettromagnetico, e così via.

Un’ulteriore approfondimento meriterebbe la circostanza in base alla quale i danni tradizionali alle cose e alle persone, ovvero i danni alla proprietà, il pericolo di morte, le lesioni materiali e gli altri danni materiali, non sono coperti dalla direttiva. A tal proposito i privati, che subiscono un danno coperto dalla presente direttiva, non hanno diritto ad alcun tipo di indennizzo diretto. Sarebbe forse opportuno immaginare la possibilità di introdurre una qualche forma di indennizzo in favore di questa categoria di danneggiati, riportando al centro dello scopo della normativa direttamente gli esseri umani che, a ben vedere, non sono solamente i responsabili del danno ambientale, ma ne sono anche vittime.

In tal senso sarà interessante capire che tipo di garanzie finanziarie sarà possibile introdurre al fine di scongiurare il rischio che a pagare per i disastri ambientali siano sempre, direttamente, i cittadini o, indirettamente, i contribuenti. É per questo che penso possa essere utile istituire un apposito Fondo per la tutela dell’Ambiente dai danni causati dall’attività industriale, sulla falsariga del Fondo di solidarietà dell’Unione europea per le catastrofi naturali.

Un’ulteriore questione che merita approfondimento riguarda il ruolo delle autorità nazionali nella prevenzione e nella riparazione del danno ambientale. Non è chiaro quanto efficaci siano gli strumenti di cui dispongono e se le misure che possono essere adottate nei diversi stati membri possano considerarsi omogenee, adeguate ed efficienti.

Dopo gli interventi di apertura dei lavori da parte mia e del collega Javor, hanno preso la parola i qualificati relatori.

Hans Lopatta, policy officer della Commissione europea, ha fatto una lunga disamina sullo stato di attuazione della direttiva, facendo emergere tutte le criticità di una direttiva quadro che purtroppo non ha trovato applicazione omogenea e realmente efficace nei diversi stati membri. Dall’analisi effettuata dalla commissione europea, emerge, fra l’altro, che non ci sono abbastanza informazioni sui costi (sia per le P.A. sia per i privati) dei casi di danno ambientale.

Il giurista ungherese Sandor Fulop, presidente di Environmental Management and Law Association, ho sollevato il problema della mancanza di una vera e propria responsabilità amministrativa in materia di danno ambientale.

L’avv. Rodolfo Ambrosio, legale di Legambiente in numerosi processi su reati ambientali perpetrati in Calabria, ha proposto l’istituzione di una camera arbitrale ambientale per risolvere più velocemente i conflitti in materia di ambiente.

L’ex deputato italiano dei Verdi Massimo Fundarò, dopo avere offerto una testimonianza di applicazione della direttiva per riparare un danno causato dallo stabilimento petrolchimico ENI di Gela, ha proposto l’istituzione di apposite autorità indipendenti dai governi, incaricate di dare attuazione alla direttiva operando un monitoraggio continuo in grado di garantire l’effettiva applicazione del principio di prevenzione.

L’ing. Danilo Amendola, del Comitato Natale De Grazia, che da anni si batte per la bonifica della Valle del fiume Oliva in Calabria, ha chiesto l’istituzione di un Fondo Europeo finanziato dalle imprese inquinanti, che funzioni applicando un principio di premialità a favore delle imprese che si impegnano nella prevenzione del danno ambientale.

La Prof. Valerie Fogleman, dell’Università di Cardiff ha denunciato la mancanza di chiarezza nella determinazione delle responsabilità: le autorità degli stati membri, infatti, incontrano notevoli difficoltà nel comprendere quando si applica la direttiva sul danno ambientale, preferendo, addirittura, l’applicazione della legislazione pregressa. In tal senso occorre certamente una più adeguata formazione delle autorità competenti, alcuni chiarimenti nella formulazione delle norme e, probabilmente, interventi di modifica della direttiva per puntare sia ad una efficace applicazione del principio chi inquina paga, sia ad ottenere maggiori garanzie finanziarie per la riparazione del danno.

Katherine Salés, della Delotte ha suggerito di impegnarsi nello scambio di best practices. Per es. alcuni stati membri hanno istituito dei registri nazionali specifici per monitorare  e valutare i rischi che derivano da determinate attività. Tale modello potrebbe essere replicato.

Tibor Stelbaczky, della rappresentanza permanente ungherese presso l’UE, si è detto preoccupato la UE pensa di risolvere la questione della copertura finanziaria dei danni da riparare, soprattutto quando non si riesce risalire al responsabile.

Il deputato M5S Paolo Parentela ha denunciato le difficolta nel monitoraggio dei reati ambientali causato soprattutto dalla burocrazia che pervade le autorità nazionali e regionali di controllo, che sono peraltro minate da un pesante conflitto di interessi. Si pensi per es. alle agenzie regionali(ARPA) che sono di nomina politica e che sono  chiamate a controllare spesso l’operato delle amministrazioni locali. Paolo ha inoltre rivendicato il ruolo del M5S nell’approvazione della legge n. 68/2015 sugli ecoreati.

Philipp Bell, in rappresentanza dell’industria delle assicurazioni, ha detto che occorre creare delle banche dati affidabili per agevolare gli assicuratori nella quantificazione del rischio assicurabile.

Infine, di grande interesse, è stata la relazione del dott. Ernesto Burgio, presidente del comitato scientifico internazionale dell’ISDE (Società Internazionale dei Medici per l’Ambiente) che, dati alla mano, ci ha riportato alla drammatica realtà causata dall’inquinamento ambientale di cui tutti i cittadini siamo vittime. L’inquinamento della biosfera sta ormai modificando irrimediabilmente l’epigenoma, ovvero il software che governa il nostro DNA, con conseguenze drammatiche per l’intera popolazione umana, ma soprattutto per i bambini.

Tutto questo, aggiungo io, ci impone di rafforzare più che mai il nostro impegno a tutela della salute e dell’ambiente per scongiurare che a pagare per i danni ambientali siano sempre direttamente o indirettamente i cittadini.

In conclusione penso di inserire, nella mia relazione, le seguenti proposte:

– la creazione di un Fondo per la tutela dell’ambiente dai danni causati dall’attività industriale;

– l’introduzione di un registro obbligatorio delle industrie potenzialmente pericolose per l’ambiente, ai sensi della direttiva;

– una banca dati aggiornata dei danni ambientali;

– la promozione della cultura della prevenzione del danno ambientale, attraverso una sistematica campagna di informazione;

– la previsione di sgravi fiscali o altre forme di premialità per le aziende che si impegnano con successo nella prevenzione dei danni ambientali;

– l’introduzione di un’autorità indipendente titolare dei poteri di gestione, controllo nonché dei poteri sanzionatori attribuiti dalla direttiva;

– la previsione di adeguate garanzie finanziarie (assicurazioni) per scongiurare il rischio che le aziende responsabili del danno finiscano per non pagare, vanificando il principio chi inquina paga.

 

PLENARIA: le attivitá hanno riguardato sia le votazioni sui diversi rapporti delle commissioni parlamentari sia gli interventi nei dibattiti. Tra i principali  argomenti oggetto di intervento: le implicazioni dei Big Data in termini di diritti fondamentali (I Big Data possono determinare benefici e opportunità per cittadini, imprese, autorità ed istituzioni pubbliche, ma possono avere un impatto negativo sui diritti fondamentali, in particolare per quanto riguarda la protezione della privacy e dei dati personali. le tecniche di trattamento ed analisi di grandi quantità di dati, provenienti da fonti diverse, consentono un’approfondita conoscenza del comportamento umano e delle nostre società. Essenziali e necessarie sono le tutele dirette a garantire i diritti all’uguaglianza e alla non discriminazione attraverso una maggiore trasparenza nella elaborazione dei dati) e l´impegno a lungo termine degli azionisti e relazione sul governo societario (trasparenza, controllo e sostenibilità della riforma del diritto societario. Remunerazioni dei manager delle società quotate devono essere sottoposte al controllo dell’assemblea degli azionisti che, tra l’altro, potrà formulare le sue valutazioni. Previste misure di trasparenza per gli investitori istituzionali e gli asset manager , i quali dovranno impegnarsi a descrivere il loro rapporto con le imprese in cui investono). Abbiamo votato positivamente anche il report  “E-democrazia nell’Unione europea: potenziale e sfide” (  riguarda  un report che ha accolto dei nostri emendamenti sulle possibilità di applicazione delle nuove tecnologie informatiche (TIC) alle procedure di voto ed alla democrazia evidenziando che c’è un’evidente necessità di migliorare il collegamento democratico fra cittadini e istituzioni politiche).